Difesa passiva o attiva? – Combat Arms n°3 anno V – Agosto 2017

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DIFESA PASSIVA O ATTIVA?

La sostanziale differenza tra stare sulla difensiva e difendersi

di Manuel Spadaccini, Carabiniere in congedo ed Istruttore professionista nel settore del Krav Maga, fondatore e Direttore Tecnico della KMA – Krav Maga Academy.

Un antico proverbio recita che “La miglior difesa è l’attacco”. In molti casi è assolutamente vero e gli israeliani lo sanno bene. La mentalità israeliana adottata in reazione alle aggressioni  rappresenta infatti molto bene questo principio, lo applica costantemente sia in ambito civile che in quello militare, in risposta ai numerosissimi eventi violenti che sistematicamente avvengono nella Terra Santa. Un approccio statisticamente vincente, confermato da un bagaglio di esperienze di combattimento così ampio che ad oggi non ha eguali al mondo.

STARE SULLA DIFENSIVA O DIFENDERSI

“Stare sulla difensiva” oppure “difendersi”? Vi è un’enorme differenza tra queste due risposte ad un’aggressione.  La “difensiva” è una condizione che vede la vittima adottare una reazione passiva, atta solamente ad evitare i colpi o incassarli tentando di proteggersi, ma che in realtà non fornisce alcuna motivazione all’aggressore per fermarsi. La vittima si aggrappa alla pietà del proprio aguzzino, la quale probabilmente non arriverà mai. “Difendersi” invece è una reazione che può -anzi deve- essere attiva. Deve cioè prevedere una risposta che metta sotto pressione l’aggressore, sia fisicamente che -soprattutto- psicologicamente. L’aspetto psicologico è infatti fondamentale. Spesso un criminale per strada ha dalla propria parte l’effetto sorpresa e l’aver assunto l’iniziativa. Se la vittima rimane sulla difensiva parando i colpi e paralizzandosi sul posto non farà altro che aumentare e potenziare nell’aggressore la fiducia in se stesso, la carica di violenza, la volontà di sopraffazione.

La chiave per una difesa vincente è invece reagire nella maniera opposta, con lucidità e aggressività, sorprendendo l’aggressore ed obbligandolo a dover gestire un problema che fino ad un attimo prima non aveva. Così facendo il rapporto si ribalta a favore della vittima in quanto occorre considerare che molto spesso un’aggressione si fonda sulla certezza di intimidire e terrorizzare l’aggredito. Se la vittima, oltre a reagire psicologicamente, è addirittura in grado di adottare tecniche specifiche di combattimento, allora l’aggressore incontrerà serie difficoltà nel perseverare la propria opera di sopraffazione, essendo posto lui stesso sotto attacco e chiamato pertanto a proteggersi. La priorità dell’aggressore non sarà più quella di sopraffare la vittima, bensì diventerà quella di non soccombere lui stesso.

DA PREDA A PREDATORE

La priorità deve essere la propria sopravvivenza (o quella di chi si desidera proteggere). Parare gli attacchi, proteggersi dai colpi, è imperativo. Si possono avere molte tecniche offensive nel proprio arsenale, ma se non si possiedono istinto e capacità di protezione, non si sopravvivrà per molto. Nessuno è Superman; peccando di superbia in uno scontro credendosi invulnerabili e concentrandosi solamente su tecniche di attacco, si avrà vita breve.

COME CANE E GATTO

Aggredire il proprio aggressore può conferire maggiori probabilità di sopravvivenza e ciò è supportato da numerosi esempi in natura. Immaginando ad esempio un gatto inseguito da un cane, più il felino scappa, più il cane diventa famelico, aumentando così la propria carica aggressiva. Una volta chiuso in un angolo, se il gatto dovesse accucciarsi passivamente, il cane lo sbranerebbe immediatamente, essendo in quel momento accecato dall’istinto aggressivo. Al contrario il gatto potrebbe vendere cara la pelle, se dovesse girarsi verso il cane, gonfiandosi, soffiando e saltando addosso al nemico, magari sferrando zampate agli occhi, potrebbe mettere addirittura in fuga il cane o quantomeno lo lascerebbe quell’attimo disorientato in modo da guadagnare una via di fuga alternativa. Dimensioni e forza fisica non sono tutto, ciò che può fare veramente la differenza è l’approccio mentale.

Pertanto è opportuno considerare che se si desidera apprendere delle capacità difensive, occorre che queste non si limitino esclusivamente a tecnica, resistenza e forza fisica, ma che puntino soprattutto allo sviluppo del corretto atteggiamento mentale. Un corpo temprato è efficace, ma una mente temprata lo è di più.

PRECISAZIONE: MINACCIA O AGGRESSIONE

Un’ importante precisazione: questo tipo di risposta immediata ed attiva deve essere applicata in caso di un’aggressione in corso, cioè quando pugni, calci o coltellate stanno già arrivando. In caso di una semplice minaccia occorre invece valutare il fattore rischio/beneficio di una reazione. Potrebbe ad esempio essere più utile e meno rischioso collaborare con il rapinatore che utilizza il coltello solo a scopo intimidatorio, consegnandoli il portafoglio, evitando così lo scontro fisico. Per approfondire questo interessante principio di valutazione dei rischi si consiglia di leggere l’articolo “La mente prima dei muscoli” pubblicato in questa rubrica nello scorso numero di Combat Arms Magazine.

Manuel Spadaccini è disponibile per qualsiasi domanda o confronto. Contatti sul sito manuelspadaccini.it

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